A cantarla, sottovoce
Alcuni ritengono, forse non a torto, che la poesia italiana del Novecento sia stata un canto strozzato. Parole fascinose che palesano un velo di amarezza perché a raccontare in poesia la storia, gli eventi e gli angoli di umanità che si sono affacciati a quella domenica delle salme durata cent’anni, la voce non poteva che strozzarsi.
Quello che è accaduto a Siena, durante la giornata di studio dedicata a Fabrizio e a Non al denaro non all’amore né al cielo è stato qualche cosa di speciale.
Non solo perché crediamo che abbia avuto una valenza storica nell’aver dimostrato, con l’intervento di Antonio Tabucchi, che certi testi, sebbene nati per essere un tutt’uno con la musica, tuttavia resistono anche solo come parole scritte… poi a dirle, a cantarle, si sa, funzionano perché la musica non stona, accompagna, guida e avvolge e fa sì che arrivino a tutti perché lì la componente emozionale tocca l’apice.
La differenza tra testo per musica e testo anche per musica la fa la cura che si ha dell’interlocutore e la fa la cultura e questo porta il nome poesia.
A cantarla sottovoce, il canto non si strozza tanto da arrivare a conquistare l’ottimismo.
E' questo che si è detto a Siena. Così ci piace raccontarvelo.
Apertura dei lavori
|