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LA BIOGRAFIA |
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Reti mediterranee sulla scia di Fabrizio De André
Nel 1984, il genovese Fabrizio De André era già andato ben oltre la sua Genova (senza mai dimenticarla e/o tradirla), attraverso una “contaminazione” in positivo coi versi di George Brassens, gli slogans del ’68, le ballades medievali ed i ritmi sardi, la tradizione folklorica italiana e le poesie anglosassoni.
Un percorso intimamente intrecciato alla volontà di cantare tanti tipi di “alterità”: sessuale, di chi è reso bandito, anarchica, degli indigeni delle Pianure nordamericane, delle prostitute, di chi rifiuta la guerra, dei detenuti e degli emarginati, dei pastori sardi e dei protagonisti del Maggio ’68.
In quell’anno, però, la raccolta “Creuza de mä”, creata e prodotta assieme a Mauro Pagani, portò alle estreme conseguenze “contaminazioni” multiculturali a all’attenzione realtà che il potere emargina, criminalizza, schiaccia, nega.
“Creuza de mä”, infatti, non solo mescola realtà e dialetto genovese, temi e musiche afro, sonorità e riferimenti mediorientali, ma rappresenta un approccio “a rete” verso una realtà mediterranea che proprio nella dimensione della rete ha sempre avuto la sua principale caratteristica, invisa ai tanti autori di uno stupro multisecolare (tuttora in atto) realizzato in nome del militarismo, dell’imperialismo, del razzismo, del colonialismo, delle strategie di frammentazione, della costruzione di dipendenze, della rapina identitaria, della imposizione di egemonie omologanti.
De André si collegava così con gli approcci di altri che hanno prestato grande attenzione a quella dimensione “a rete” come alla realtà di tutti i “diversi”, da Genet a Pasolini, da Sartre a Fanon, da De Martino a Basso, ma, nel suo caso, associando allo scritto la musica, il che lo rende sempre attuale e vivo per i giovani come per i non più giovani.
Tanto più che le canzoni di “Creuza de mä” non erano e non sono solo pezzi atemporali o riferiti al passato, ma ci parlavano e continuano a parlarci di una realtà che, nel mediterraneo, è non meno drammatica oggi rispetto a quanto lo fosse nel 1984 e dei suoi rapporti con la storia.
Così, ad esempio, in “Creuza de mä” troviamo l’eco diretta e terribile delle stragi compiute in Libano solo due anni prima dalle truppe israeliane guidate da Sharon (in “Sidun”) accanto alla rottura della censura storica sulle figure dei tanti che nei secoli fra il XIV ed il XVI, nati Cristiani e convertitisi all’Islam (in cattività o dopo diserzioni e fughe da Paesi ed armate cristiane), svolsero ruoli attivi, anche di alto comando, nelle flotte musulmane contro le potenze cattoliche nel Mediterraneo (in “Sinàn Capudàn Pascià”), a dimostrazione di una complessità storica, culturale, ideologica ed umana assai superiore rispetto alle banalizzazioni di tanta produzione formativa e mediatica eurocentrica.
SILVIO MARCONI
Antropologo, autore del libro “Reti Mediterranee”
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